Diffida di chi si prende troppo sul serio, di chi la sa sempre più lunga, di chi ha già visto tutto e di chi confonde la leggerezza con la superficialità (spesso sono gli stessi).

— Emilio Marresse

I Fantasy e la Gioia: C.S.Lewis

Clive-Staples-Lewis 50anni fa moriva C.S. Lewis, questo ateo convertito, che dovrà tale cambiamento alla lettura di Chesterton ed all’amicizia con l’autore de “Il Signore degli Anelli”. Ci sarebbe talmente tanto da dire sul suo conto, che ho deciso di far parlare direttamente lui, in un brano a tema con le motivazioni profonde che ci hanno spinto ad aprire questo sito. “Sorpreso dalla Gioia”, è una breve autobiografia dei suoi primi anni, dove racconta come il suo filo conduttore  fu questo irrompere improvviso nella sua vita, in alcuni momenti, di una gioia che non dipendeva da lui, e di come lui, anche nel suo ateismo materialista, non faceva altro tramite le sue passioni, ovvero la letteratura epica, i miti e le leggende che cercare di imbattersi di nuovo in essa.  In questo brano per la prima volta Lewis comprende… comprende come tramite le fiabe, i libri, le storie si svela, a prescindere da noi, una luce che parla della nostra vita, che riesce ad illuminare misteriosamente la nostra realtà in un modo che spesso nemmeno riusciamo a spiegarci… e di nuovo la Gioia lo sorprende:

<< Mi accostai alla bancarella dei libri, tirai fuori un Everyman dalla copertina unta: Le fate dell’ombra, di George MacDonald. Poi il treno entrò in stazione. […] Quella sera cominciai a leggere il mio nuovo libro. Le scorrazzate nei boschi, i nemici spettrali, le donne buone e cattive di quel racconto erano abbastanza vicini alle mie abituali fantasie da affascinarmi  senza darmi la percezione di un cambiamento. Fu come se qualcuno mi trasportasse si là da un confine, o come se fossi morto in un paese e non riuscissi a ricordare come fossi risorto in un altro. Perché in un certo senso, il nuovo paese somigliava esattamente al vecchio. Vi trovai tutto ciò che mi aveva affascinato in Malory, Spencer, Morris, e Yeats. Ma in un altro senso era tutto diverso. Non conoscevo ancora (e ci misi molto ad apprenderlo) il nome della nuova atmosfera, l’ombra luminosa che posava sui viaggi di Anodos. Ora lo so. Era la santità. Per la prima volta il canto delle sirene somigliava alla voce di mia madre e della mia bambinaia. Erano racconti da vecchie comari, non c’era da inorgoglirsi ad apprezzarli. Era come se la voce che mi aveva chiamato dall’estremo limite del mondo risuonasse ora al mio fianco. Come se si trovasse nella stanza, dentro o dietro di me. Se una volta mi aveva eluso da lontano, ora mi eludeva da vicino; qualcosa di troppo vicino per essere scorto, di troppo semplice per essere compreso, in quest’ambito di conoscenza. Sembrava fosse sempre stato con me; se  fossi riuscito a voltare la testa abbastanza rapidamente, lo avrei afferrato. Ora, per la prima volta, sentivo ch’esso non si lasciava afferrare non perché non fosse in mio potere, ma perché lo era troppo. Se solo avessi  potuto congedare, allontanare, disfare me stesso, la cosa sarebbe rimasta. Intanto, in questa nuova regione tutte le confusioni che finora avevano intralciato la mia ricerca della gioia vennero smantellate. Non ci fu alcun tentativo di confondere le scene del racconto con la luce che le riempiva, o di supporre che esse venissero presentate come realtà, e neppure di fantasticare che se fossero state realtà e io avessi potuto raggiungere i boschi per cui Anodos scorazzava avrei fatto un passo avanti verso il mio desiderio. Eppure, nello stesso tempo, il vento della gioia che spazzava un racconto, non era mai stato meno scindibile  dalla storia stessa. Quando il dio e l’idolo erano quasi la stessa persona, c’era meno pericolo di confonderli. Perciò, quando venne il grande momento non mi distaccai dai boschi e dalle dimore di cui leggevo per cercare una qualche luce incorporea che splendesse attraverso loro, ma piano piano, con graduale intensità (come il sole di mezzogiorno che fa sentire i suoi raggi attraverso un nebbione), scopersi la luce che splendeva  su quei boschi e dimore e poi sulla mia vita passata, e sulla quieta stanza in cui sedevo e sul mio vecchio insegnante che assentiva sul suo piccolo Tacito. Perché ora mi accorgevo che, mentre l’atmosfera della nuova regione faceva di tutte le mie perversioni erotiche e magiche della gioia un ammasso di sordide falsità, non disincantava però il pane sul tavolo o il carbone nel caminetto. Ecco il miracolo. Finora, ogni visitazione della Gioia aveva fatto del mondo comune, per un momento, un deserto: “il primo contatto della terra fu vicino ad uccidere”. Anche quando la materia della visione erano state vere nuvole o alberi, lo erano state solo nel ricordo di un altro mondo: e non mi era piaciuto tornare al nostro. Ma ora vedevo l’ombra luminosa uscire dal libro e penetrare nel mondo reale, passare dal libro al mondo reale e rimanerci, trasformando ogni cosa comune eppure rimanendo essa stessa immutata. O, più esattamente, vedevo le cose trascinate nell’ombra luminosa. Unde hoc mihi? Nel profondo delle mie vergogne, nell’allora invincibile ignoranza del mio intelletto, tutto ciò mi veniva dato senza che lo avessi chiesto, persino senza il mio consenso. Quella sera la mia immaginazione ricevette, in un certo senso, il battesimo; per il resto di me, e non senza ragione, ci volle di più. Non avevo idea in che cosa mi fossi imbattuto comprando Le fate dell’ombra.>>

La Gioia, ci insegna Lewis, è qualcosa che ci visita a prescindere da noi, non è qualcosa che si possiede, e tuttavia è proprio questo il bello: lei passa dalle nostre parti per parlarci di altro, per spingerci a tendere verso qualcosa di più grande, ci colma e poi sfugge perché è una freccia che ci attraversa per farsi seguire e farci tendere alle cose eterne, il luogo da cui essa proviene, a cui noi siamo destinati. La Gioia è “la segreta firma di ogni anima“,  e Lewis vi riconosce lì la santità perché “la santità“, diceva San Domenico Savio, “è gioia“.

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2 Commenti

    • Niky Robin

      E’ per questo che ho sempre detto che è il mio marito mancato =’)

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Tsukimi Robin

Author: Tsukimi Robin

Cultura cattolica: Ho sempre creduto in una realtà trascendente, ma il salto l'ho fatto quando a 16anni mi sono convertita realmente. Da un credere che era solo nel sovrannaturale, mi ritrovai a riconoscere Qualcuno che mi amava infinitamente, passai così dall'intuizione che c'era qualcosa oltre l'orizzonte materiale, ad Incontrare, a fare esperienza di questo Dio che non è una nozione, ma una Persona che ama, ed è Amore. Amo profondamene C.S.Lewis ♥ (seppur fosse anglicano)  Cultura nerd: Probabilmente fui prima nerd che cattolica! L'incontro con la nerdosità avvenne ad 8anni, quando mi comprai il primo fumetto di Sailor Moon (ma già adoravo Indiana Jones e Guerre Stellari). Da lì nacque il mio amore per i manga ed il Giappone, per i cosplay, e per i vestitini fashion delle giapponesi (ok questo è più da squinzia che da nerd XD). I miei fumetti preferiti sono -non in ordine- : Ayashi no Ceres, Slam Dunk, Neon Genesis Evangelion, Dragon Ball, Death Note, Marmalade Boy, Sailor Moon, Ray Earth, Card Captor Sakura, Mademoiselle Anne, Ransie la strega...ok forse di preferiti ce ne sono troppi..coff coff XD Un'ultima cosa: I ♥ ♥ the Doctor *__*

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