Accade sovente così, Sam, quando le cose sono in pericolo: qualcuno deve rinunciare, perderle, affinché altri possano conservarle.

— John Ronald Reuel Tolkien

Je suis Charlie Hebdo: Oggi il mondo della satira piange

E non posso, da umile fruitore del prodotto, non piangere anch’io

je suis charlie hebdo

#jesuischarlie

 

Adoro le vignette. E non solo perché fanno ridere.

Penso non ci siano modi migliori per raccontare un periodo storico di una bella vignetta in bianco e nero, disegnata a matita, in cui il potente di turno viene messo alla berlina. Proprio per questo, in ogni libro di storia delle superiori che si rispetti, accanto a interminabili esposizioni di fatti ed eventi, da qualche anno ci sono sempre le vignette.
Adoro le vignette. Ma sicuramente non tutte mi piacciono. Il Forattini di oggi è un’ombra di quello degli anni ’80 e ’90. Vauro alterna colpi di genialità a cadute di stile rovinose. Giannelli del Corriere semplicemente non fa più ridere. Non penso che la satira migliore sia quella che rinuncia ad ogni limite, che travalica le più basilari forme di decenza.

Grazie al web possiamo accedere a tutta la satira del mondo da alcuni portali e aggregatori. Gli autori che preferisco sono quelli americani. Quelli dell’Europa del Nord mi lasciano spesso basito. È una satira che non mi piace.

Per andare sul concreto: sì, leggevo le vignette del “Charlie Hebdo” e no, non mi piacevano. Sono schizzinoso. Non penso che raffigurare politici e figure religiose con il pene di fuori faccia un gran servizio alla satira. E continuo a non pensarlo. Del resto, l’humus culturale nel quale questa satira è cresciuta e si è sviluppata, la laicista, liberale, laica e radical chic Parigi non mi ha mai fatto impazzire. Se proprio devo andare in Francia, ai lussureggianti campi elisi o ai rigogliosi giardini di Versailles preferisco di gran lunga il clima esteriormente uggioso, ma interiormente solare, di una certa località di nome Lourdes. Ma sono altri discorsi.

Perché questi dodici morti del Charlie Hebdo mi fanno male, malissimo.

Quei colpi di AK-47, mitragliatrice sovietica ottima per un Call of Duty ma pessima per la vita reale, hanno lasciato ferite più grosse nel mio animo che se avessero raggiunto i corpi dei giornalisti di un settimanale o di un sito cattolico.

Perché se di fronte a quelle vignette insolenti con papi dipinti come pedofili insaziabili e credenti raffigurati come pecoroni scemi e irrazionali, dopo aver provato fastidio, se non rabbia, mi sono limitato a chiudere le finestre di un browser, c’è chi, di fronte a una vignetta con caricature del Profeta Maometto o prese in giro della fede islamica ha invece lanciato una fatwa. Ha decretato una condanna a morte. E l’ha eseguita.

I corpi senza vita degli autori e dei vignettisti del Charlie Hebdo portano la partita a un livello successivo.
Ora sappiamo che in questa guerra contro i valori che accomunano tutto l’Occidente c’è chi è morto per un disegno.

Di fronte a questo sangue, mi consola la certezza che la penna (e la matita) continui a far più male della spada (e delle mitragliatrici). Soprattutto, so che la violenza otterrà il suo effetto contrario, come ha sempre fatto. E questo mi tranquillizza.
Ancor di più, dopo l’attentato di questa mattina, quando leggerò qualcosa che non mi piacerà o vedrò una vignetta che mi darà fastidio, ringrazierò il cielo del fatto che posso comunque leggere e vedere tutto, anche quello che non mi va.
Se secoli di civiltà cristiana ci hanno insegnato qualcosa, è che senza libertà non c’è responsabilità, non c’è scelta, non c’è merito. Preferisco, da cristiano, un mondo dove essere irriso, offeso, ma dove posso comunque ribattere e difendermi con le parole e con i pensieri, rispetto a un mondo dove un AK-47 decide per me quali parole pronunciare e quali pensieri formulare.

Oggi, tutti, “Sommes Charlie”. Siamo Charlie Hebdo. Senza se e senza ma.

Domani, insieme, riprenderemo a confrontarci su stili, linguaggi, laicità e rispetto umano. Ma domani, soltanto domani. Oggi siamo Charlie. Je suis Charlie. Anche noi. Soprattutto noi.

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Kant Atl

Author: Kant Atl

Cultura cattolica: nasco in una parrocchia bianca della bianca Padova del bianco Nordest. La fede la respiri come fatto comunitario. Fare il chierichetto è la norma. Ma poi devi scegliere. Ho scelto di restare. La fede muta. Prima pensi di credere per le regole. Poi credi per il cervello. Poi credi per amore. Poi più che credere cammini, ma anche questo è credere. Scrivo per il Mattino di Padova, la Difesa del Popolo e ho pubblicato sul Messaggero di Sant'Antonio. Collaboro con alcuni uffici di Pastorale e con altre realtà per la comunicazione della fede. L'AC è la mia famiglia. Cultura nerd: la mia prima parola è stata "Paolo". Non l'apostolo, ma Paolo Bonolis, che idolatravo fin dai primi mesi per la giappo-animation che mi propinava in Bim Bum Bam. Reputo Maison Ikkoku di Rumiko Takahashi la vetta artistica dell'intero Novecento. Vestivo i panni di un paladino sfigato nelle sessioni scolastiche di D&D che veniva derubato puntualmente dagli orchi chaotic evil del party. Giochicchio a Call of Duty ma vengo puntualmente cecchinato da bimbetti di età prepuberale. Ho scritto negli anni decine di fanfiction umoristiche da denuncia penale, cross-overando tutto il cross-overabile. Compenso la mia nerdaggine tifando Juve.

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