Il timore del Signore è il principio della scienza;
gli stolti disprezzano la sapienza e l’istruzione.

— Proverbi 1,7

Pulp Fiction, e il tocco di Dio!

Un film che subisce una conversione…

Pulp Fiction, American Heritage Dictionary
Così inizia il più importante film degli anni ’90. L’opera che ha riassunto e riproposto un certo tipo di cinema, che ha inaugurato un modo di fare cinema, che ha esplicitato quello che tutti stavano per dire e al tempo stesso ha lasciato tutti a bocca aperta. “Pulp Fiction“.
Un’enciclopedia, come già suggerisce questo incipit. Questo è il primo punto da mettere in evidenza: il carattere di “codice” e “summa”, caratteristico di Tarantino. Definizioni, classificazioni, interpretazioni si susseguono a centinaia nell’opera, i personaggi discutono, si litigano su questioni di significati, “sensi”, convenzioni, e nomi.
Nei primi minuti:
Pulp Fiction, dialogo tra Ringo e Cameriera

Il pugile e la sua ragazza

Butch e Fabienne

Butch e Fabienne, interpretati da Bruce Willis e Maria de Medeiros

Pulp Fiction, dialogo tra Butch e Fabienne

I due gangster protagonisti, Jules e Vincent:

Ponyvaregény3.jpg

Jules Winnfield e Vincent Vega, interpretati da Samuel L. Jackson e John Travolta

Pulp Fiction, dialogo tra Jules e Vincet

I due poi discutono anche su come “interpretare” un massaggio ai piedi. Continuamente, durante
tutto il film, sono poste in modo quasi ossessivo questioni di significato, di ermeneutica;
esplicitamente si tematizzano i codici tramite cui i personaggi attribuiscono significati alle cose, su
cui discutono e su cui sono magari in disaccordo.

Jules: “La mia lingua, figlio di puttana! Tu la sai parlare?”
Bratt: “Sì!”
Jules: “Allora capisci quello che dico!”

La questione del “capirsi”, del collegare sensi, del “simbolico” è presente in tutti i dialoghi, dai più
ai meno rilevanti nella trama. Stabilito questo, vediamo da dove cominciare…

Premessa

Il citazionismoenciclopedicoSimbolico, che crea collegamenti e riferimenti.” di Tarantino esplode in questo film, che è un vero e proprio collage di generi, atmosfere, colori, riferimenti. Esaminare nel dettaglio, archeologicamente, questo monumento richiederebbe molto tempo e competenze che il sottoscritto non ha. L’obiettivo di questo articolo non è analizzare e trattare da un punto di vista “tecnico” e scientifico il film, ma più “spirituale”. Qui non interessa cogliere le figure che questo capolavoro prende e rielabora dalla storia del cinema e dalla cultura postmoderna, non interessano le immagini “in sé”, ma le immagini in relazione al resto dell’opera e al suo senso, al suo “muoversi”. Le citazioni di per se stesse sono i mattoni, il materiale che Tarantino, maniacale cinefilo, usa per costruire la sua cattedrale, il suo labirinto di senso, o meglio di sensi, ma cosa c’è in mezzo? Cosa fa da “calce” e da collante? Che valore hanno davvero le frasi dette dai personaggi?
Pulp Fiction, dialogo tra Vincet e Mia

Come Mia sa, non c’è nessun valore nei discorsi dei personaggi, in se stessi “puttanate”, e nelle
pause c’è solo silenzio che “mette a disagio”. Puro nichilismo.
Se ci fermassimo qui, tutto il film, tutte le sue storie, tutta la sua meraviglia, ci apparirebbero sotto una luce grigia, smorta e claustrofobica di un polveroso teatrino di burattini.
È tutto qui?

Pulp Fiction, locandinaL’idea di questo articolo nasce qualche mese fa. Parlando del film in questione con un amico, abbiamo discusso per un po’. Proprio non mi andava giù che lui lo definisse un film “nichilistico”, un giocattolone divertente, folle, erudito e intrigante, ma in fondo un documento testimone del postmoderno, dell’assenza di senso, e basta. In un primo momento, sentita questa definizione semplice e “al di qua” di qualsiasi interpretazione “militante” (e questo è pur sempre un merito che riconosco a questo mio amico), qualcosa dentro mi ha spinto a protestare. “Non mi ardeva forse il cuore” tutte le volte che ho visto “Pulp Fiction”? Da dove viene il divertimento, l’esplosione di immaginazione, di colori, di bellezza e terrore che mi inonda alla visione di questo spettacolo? Davvero sotto sotto c’è solo claustrofobia e disperazione? C’è solo la “necessità di chiacchierare di puttanate per sentirci più a nostro agio”? La mia risposta istintiva è no; non solo. Perché, come già in quel dialogo si nota, il punto fondamentale è la stessa “ottima domanda”. Certo che non c’è una risposta (non possiamo non dirci postmoderni), ma quello che interessa a Tarantino sono le domande, e non si rassegna alla necessità di raccontarle; anche le più insignificanti. Il problema è sempre quello: come scegliere tra le diverse interpretazioni a cui la domanda si presta.
Pulp Fiction, dialogo tra Vincet e Mia 2
Cosa ci “convince” di un interpretazione? Domanda aperta. Bisogna intanto sottolineare che, se non si è già capito, questa è una impressione personale del film, appunto una interpretazione, una risonanza interna poi sviluppata e ripensata, che nasce da un sentire interiore, particolare, di chi scrive, con nessuna pretesa di pura obiettività. Con quanto scritto non ci si vuole “appropriare” di Tarantino, che si potrebbe presentare ad esempio come un appassionato lettore di Flannery O’connor, scrittrice profondamente cattolica proprio nel suo stile grottesco e crudo, per tirare acqua al mio mulino, ma anche come il regista del tutto profano di “Gringhouse. A prova di morte”, ma appunto fare risuonare la sua opera con la mia sensibilità, e spero nello stesso modo con quella di chi legge. In realtà le interpretazioni legittime sono molte, citando Agostino:

Sant’Agostino: “La tua verità non è mia né di questo o di quello, ma di tutti noi che tu pubblicamente chiami a parteciparne in comune, con l’avvertimento terribile di non pretenderne il possesso privato, per non esserne privati.” (Confessioni, XII, 25,34)

Quest’ottica delle “differenti interpretazioni” verrà trattata più in là, e questo articolo risulterà dunque anche un “meta-articolo”, riguardante non solo il suo contenuto, ma anche la forma nella quale è scritto, il modo in cui ci si accosta ad un opera, la si interpreta. Sofisticherie a parte, la tesi che si vuole sviluppare è la seguente: Tarantino è un genio della cultura europea postmoderna, perché in molte sue opere, ed in questa in particolare, è potentemente “evocativo” e addirittura “spirituale”. Un mistico.

Formalmente il suo linguaggio è fatto di citazioni e di montaggio. Prese isolatamente le prime sono semplici immagini, come copertine di libri giustapposte le une vicine alle altre (ma già il loro senso metaforico, di “figure”, intride la storia raccontata di significati simbolici. Sul simbolismo torneremo). Il secondo elemento, il montaggio, anima il film e lo mette in moto, o meglio in circolo.
Il film infatti si apre e si chiude nel diner, è chiuso in una sola scena, conclude tutte le storie che comincia ritornando al punto di partenza. Nel costruire questo collage di cultura pulp, “containing lurid subject matter”, insignificante per definizione, Tarantino vaga dunque apparentemente in un cerchio senza uscita, ci fa perdere in un non-senso; e da questo si potrebbe arrivare alla conclusione nichilistica di cui sopra, e a vedere in “Pulp Fiction” il manifesto del postmoderno.

Esmeralda: “Butch. Che cosa vuol dire?”
Butch: “Sono americano. I nostri nomi non significano un cazzo.”

Ma ciò che egli disegna non è un cerchio o un punto, né può essere ovviamente una retta progressiva, il postmoderno ovviamente c’è, è di sfondo, di ambiente, intride il tutto, questo lo concedo al mio amico. Ma il Tarantino ex-impiegato di un videonoleggio non ha posizioni così totalizzanti, disincarnate e in fondo così intellettuali: quella che disegna è una spirale. Egli danza, gira intorno, in ogni scena torna all’inizio di un altra, dissolvenza e via un altra svolta; in ogni dialogo divergenti interpretazioni aporetiche si incartano, si aggrovigliano, potrebbero involversi, ma in realtà tutto “diverge” da un qualsiasi centro ed “e-versivamente” esplode il senso, ogni personaggio ha uno scopo diverso che lo porta a scontrarsi con gli altri, in queste collisioni imprevedibili la nostra guida (Tarantino appunto) ci lascia indietro col fiatone, fa accadere l’impensato, (il “miracolo” di cui tratteremo tra poco), fa porre domande (a centinaia nel film), fa tornare indietro (proprio cronologicamente) a rivedere le cose, a reinterpretare i sensi, infine a ridare interpretazioni di ciò che i personaggi hanno detto e delle stesse scene che lo spettatore ha visto. È un film autodecostruttivo. Aperto ad una possibilità esplosiva di sensi.

1. Il miracolo

Grande colpo di scena del film è il “miracolo” che avviene verso la fine della seconda ora del film, ma in realtà è in ordine cronologico nella prima scena. È uno snodo importante. Copio uno schema da Wikipedia per facilitare la comprensione:
Tabella, intreccio Pulp Fiction
Siamo all’inizio dell’ultima parte del film (prima del punto 5 nell’intreccio), ma in realtà è la fine della scena 1 nella fabula. Dopo che Jules e Vincent hanno crivellato di colpi le loro vittime, un sopravvissuto al loro sadico massacro tenta di ucciderli svuotando sui due gangster il caricatore di una grossissima sei colpi. I due restano illesi e lo fanno fuori subito dopo.

Jules: “Hai visto quant’era grossa la pistola con cui ci ha sparato? Era più grande di lui, merda. Porca puttana, dovremmo essere morti.”
Vincent: “Lo so, siamo stati fortunati.”
Jules: “No, no, no, no, no, non è stata fortuna.”
Vincent: “Sì, può darsi.”
Jules: “È stato l’intervento divino. Lo sai cos’è l’intervento divino?”
Vincent: “Credo di sì. Significa che Dio è venuto giù dal cielo e ha deviato i proiettili?”
Jules: “Proprio così, Vincent, è esattamente quello che significa. Dio è venuto giù dal cielo e ha deviato questi maledetti proiettili!”
Vincent: “Secondo me è il momento di andarcene, Jules.”
Jules: “Non prenderla come una stronzata da poco, cazzo! Quello che è successo qui è un miracolo!”
Vincent: “Le coincidenze ci sono sempre.”
Jules: “Hai torto. Hai torto. Questa non è stata una coincidenza.”
Vincent: “Vuoi continuare questa discussione teologica in macchina oppure in galera con gli sbirri?”
Jules: “A quest’ora dovremmo essere morti, amico mio! Quello che è successo qui è stato un miracolo, e cazzo, voglio che tu riconosca che è così!”
Vincent: “E va bene, è stato un miracolo. Ora possiamo andare? […]”
Vincent: “Hai mai visto quel programma sugli sbirri? Una volta lo stavo guardando e c’era uno sbirro che raccontava di una sparatoria in un corridoio con un tizio, va bene, gli ha svuotato addosso il caricatore, e non è successo niente, non l’ha colpito. Capisci, erano solo lui e quell’altro. Insomma, ecco, è pazzesco, ma… ma può capitare.”
Jules: “Senti, se vuoi giocare a fare il cieco, segui pure il tuo pastore, ma per quanto mi riguarda gli occhi mi si sono aperti.”
Vincent: “Che cazzo significa?”
Jules: “Ho chiuso, questo significa. D’ora in poi puoi considerarmi un uomo in pensione.”
Vincent: “Oh, Cristo Santo…”
Jules: “Non bestemmiare!”
Vincet: “Perdio…”
Jules: “Ti ho detto di non bestemmiare!”
Vincent: “Ehi, mi spieghi perché stai andando fuori di testa?”
Jules: “Senti, lo dirò a Marsellus oggi stesso. Basta, ho chiuso.”
Vincent: “Già che ci sei, perché non gli dici anche come mai?”
Jules: “Tranquillo, glielo dirò.”
Vincent: “Diecimila dollari che si piscia addosso dalle risate.”
Jules: “Non me ne frega un cazzo se lo fa.”

Continua nella seconda pagina…

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Dante Monda

Author: Dante Monda

Cultura cattolica: nasco in una famiglia cattolica, numerosissima e unita. Pur essendo figlio unico ho sempre tenuto stretti contatti con i miei numerosi cugini e zii, con i quali non mancano dispute teologiche. Luoghi della mia formazione cattolica sono state le feste e le riunioni di famiglia, al di là del catechismo e delle attività in parrocchia (che frequento più da outsider, lo ammetto). Un cattolicesimo tramandato, conosciuto ancora prima di averlo imparato, eppure mai “scontato”, mai noioso. Se il Cristianesimo per me non è stato una scoperta, è stata certamente, citando Chesterton, una “rivoluzione eterna”. Cultura nerd: Fin da bambino mi ha sempre attratto il retrò. I vecchi soldatini di mio padre e i suoi vecchi fumetti (vecchi anche per lui!) della Marvel (anni '60) e di Flash Gordon (anni '30!) mi hanno sempre affascinato. A queste manie si affiancava la lettura dei romanzi di Lewis e Tolkien (anche questi trasmessimi da mio padre). Intanto crescevo a pane e action movies: Die Hard, Arma Letale, Ronin, 007, per citarne alcuni, esplorando inoltre famelicamente i film “classici” americani della New Hollywood (Lucas, Spielberg, Coppola, Scorsese...) e delle generazioni successive (Tarantino, i Cohen, P. T. e Wes Anderson...). Se dovessi trovare un tema ricorrente nella mia formazione parlerei della figura dell'eroe, di Enea/Flash Gordon/Capitan America/Bruce Willis/Luke Skywalker, del “buono”: l'ho trovata sempre emozionante perché pura, primitiva, coraggiosa, e, quando resta semplice e non retorica, profondamente libera.

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