Vi fu un tempo in cui facevi domande perché cercavi risposte, ed eri felice quando le ottenevi. Torna bambino: chiedi ancora.

— C.S.Lewis

Coco (Disney Pixar) – Recensione

L’indissolubile legame tra cielo e terra

Coco, l’ultimo film di animazione nato in casa Disney Pixar, racconta la storia di un bambino, Miguel, che si ritrova a fare un viaggio nell’oltretomba accompagnato da un cane che si chiama Dante (!), e rilancia in maniera intrigante temi molto insoliti come il senso di appartenenza e la forza del perdono, e quanto sono importanti uniti al tema del cosa c’è dopo la morte!

Affronta questo viaggio perché scopre che il suo talento per la musica, tanto ostacolato dalla sua famiglia terrena, in realtà è fondato comunque nei legami di sangue con il suo defunto e sconosciuto trisavolo, la cui memoria è stata volutamente obliata dal clan famigliare proprio per colpa della musica, o meglio, in seguito dall’abbandono da parte sua della propria famiglia, per inseguire il suo sogno da musicista.

Attenzione, SPOILER alert!

La mancanza di una benedizione e un perdono non dato, metteranno a serio rischio la sua vita e la possibilità di far ritorno al mondo dei vivi.

Come è facile comprendere, ciò che rende speciale questa storia è il suo sistematico infrangere tanti luoghi comuni che facilmente potevano essere appiccicati a una trama di questo tipo, ma soprattutto di farlo a favore di una serie di contenuti e simboli, più cristiani di quel che si pensa, che sembravano essere stati accantonati, in modo abbastanza definitivo, almeno nell’ultimo decennio di film di animazione.

Tanto per dirne una, secondo voi è un caso se la storia va avanti sempre spinta dalla musica e la città di origine di Miguel e dei suoi avi si chiama proprio come la patrona dei musicisti “Santa Cecilia”? Oppure, il dettaglio della croce appesa al muro in casa di Miguel? Il film veniva bene anche senza…

L’importanza delle ricorrenze

Questo è più o meno ciò che potete vedere per strada in Messico nella Día de Muertos, ovvero il Giorno dei Morti. Il technicolor tuttavia non rende giustizia all’allegria  e alla musica che unite alla devozione rendono questa festa un evento imperdibile.

Lo strabiliante ponte di comunicazione tra mondo dei vivi e mondo dei morti avviene, secondo le tradizioni messicane, durante una festa ritenuta importantissima: la Día de Muertos, ovvero il Giorno dei Morti.

La vicinanza di calendario con un fenomeno di carattere carnescialesco quanto commerciale, quale è diventato Halloween, è completamente silenziata a favore di una tradizione che ha a che fare con la sepoltura vera dei defunti nel cimitero e il loro ricordo sentito.

Allo stesso tempo si rompe anche con l’usuale compunzione funeraria che siamo soliti sfoggiare qui da noi per darci un tono in quelle date, perché in Messico si tratta di una festa celebrata con musica, bevande e cibi tradizionali dai colori vivi, nelle piazzole del cimitero e, secondo gli ideatori di questo film, persino nell’aldilà o quanto meno nella sua prima tappa.

La festa è così importante da assumere la rilevanza che per noi hanno i festeggiamenti di San Silvestro e Capodanno ed ecco che, quindi, anche l’uscita in Italia in prossimità di queste date, non è così fuori luogo come poteva sembrare.

In ogni caso parliamo sempre di ricorrenze molto festose nelle quali il posto di onore è dato alla commemorazione di chi non c’è più. Questo istintivamente diremmo che ha davvero poco a che fare con un sentimento di baldoria, eppure accade.

Ma è davvero tutto qui?

La ofrenda è un simbolo, ma di che cosa?

Questo è un tipico altarino per ofrenda messicano, con le foto esposte di tutti i parenti benedetti e amati dalla famiglia. Nel Sud Italia, posso confermarlo, anche al di fuori di una ritualità complessa come quella della ofrenda, nelle case più umili non mancava mai almeno un quadretto devozionale appeso a un muro tutto l’anno, accessoriato di lumicino, con le foto dei genitori e/o dei nonni defunti. In mancanza, si sfoderava l’artiglieria pesante: immaginette dei Santi, rosari e quadri votivi!

La ofrenda è una offerta di fiori, cibi o oggetti donati su un altarino di famiglia, ai defunti, per quella notte l’anno in cui si ritiene che tornino a far visita ai parenti in vita. Saremmo portati a pensare che sia solo opera di fantasia, un rito stucchevole e molto folckloristico a cui credono solo in Messico.

E invece no. Esistono tradizioni analoghe anche in tantissimi altri posti al mondo, inclusi molti comuni d’Italia, dove per una notte all’anno si lascia qualcosa per omaggare la visita dei defunti.

A dire il vero col passare del tempo e l’evolversi delle tradizioni sembra sia riconducibile proprio a questo rito anche l’offerta in latte e biscotti al panzone in calzamaglia rossa e alle sue renne, ma l’ofrenda vera, letta in un contesto più religioso, ha un valore davvero profondo.

Con l’ofrenda si rinforza il ricordo e, in questo, il riconoscere di avere delle radici, poiché non siamo ciottoli sparsi sullo spiazzale dell’universo. La famiglia è finalmente concepita come valore a sé, e il senso di appartenenza come fondante per la vita del singolo.

Sentii una volta la storia della colomba che si lamentava dell’aria che le rendeva faticoso e difficile il volare e poi scopriva che in realtà era l’unico supporto di cui le sue ali non potevano fare a meno per sostenersi nel volo. Nel caso di Miguel avviene qualcosa di simile nel rapporto con la sua la famiglia: si trasforma da ostacolo a risorsa, nel momento in cui accetta e comprende di esserne davvero parte.

Adesso, la domanda che possiamo porre a noi stessi è : in fondo, siamo davvero convinti di essere tutti parte di qualcosa che è iniziato prima di noi ed è destinato ad andare oltre, e che questo qualcosa ci è di reale sostegno?

Cosa può dirci di più il vivere questa esperienza all’interno della cristianità?

Dies natalis – dies mortis

I legami stabiliti nel mondo dei vivi sono anche più forti in quello dei morti

C’è un dettaglio che rende ancora più significativa l’ideazione del film  Coco: sulla terra dei vivi, i morti sono solo ombre invisibili ai viventi che tornano con tanta tenerezza a far loro visita, ma quando Miguel in carne ed ossa attraversa il ponte dell’aldilà, la sua immagine diviene più nitida, come a voler dire che di là le cose sono più vere e, in qualche modo più … complete.

Il cristianesimo ci aiuta a precisare questa visione.

Per la Chiesa addirittura, il giorno della nascita dei suoi figli, il dies natalis, corrisponde proprio con il giorno della morte e questo approccio non è un vezzo o un desiderio per essere fuori di melone originali, ma risponde all’idea che la Chiesa ha della morte, che è molto più speranzosa, riguardo al destino ultimo dell’uomo. La Chiesa non vede nella morte una tragedia che ci seppellisce nel regno del nulla, ma la porta che ci introduce in una nuova vita, una vita senza fine.

Il sapere che un giorno ci rivedremo non può che essere per noi motivo di gioia. Il desiderio di un tempo per ritrovarsi e dirsi “sei ancora tra i miei pensieri, ma mi manchi”, non è un sentimentalismo vano, ma risponde a una realtà profonda che si concretizza nella pratica del ricordo.

Possiamo farlo pregando i nostri defunti o per loro, così come proposto con le opere di Misericordia, ma c’è di più.

La Chiesa offre in realtà un ulteriore bonus di intensa comunione con chi è già dall’altra parte del Velo del Tempo, durante ogni celebrazione dell’Eucarestia. Lì ci congiungiamo a tutti coloro che sono membra di Cristo, perché Chiesa militante e Chiesa trionfante partecipano della stessa Grazia. (Vi ricorda niente “sia che viviamo sia che moriamo siamo di Cristo”? cfr. Rm 14,7-12).

Nulla potrà dividerci in eterno, perché apparteniamo a qualcosa (o Qualcuno) di più grande che ci custodisce proprio nell’amore, e abbiamo bisogno del ricordo di quell’amore, che ancora ci lega, per non smarrire… noi stessi(!) e sperare prima o poi di poter tornare a prendervi parte pienamente.

Come si intuisce, in ciò, la trucidità e la rozzezza di una banale invasione di zombie, ha la stessa pertinenza di un petofono in sacrestia, infrangerebbe con cattivo gusto la nobiltà della natura di ciò di cui parliamo e il film riesce persino a tenerne conto, ma senza far mancare risvolti buffi e umoristici.

Nota bene: all’opposto di questo desiderio di comunione con tutti, c’è proprio l’atteggiamento di Voldemort che farebbe volentieri a meno della pietra della resurrezione, proprio perché non ha il benché minimo interesse a ritrovarsi faccia a faccia con le vittime della sua crudeltà.

Per chi non conosce amore, gli altri possono essere solo pericolosa feccia ribelle e l’importanza del ricordo, del legame e dell’appartenenza, semplicemente non hanno senso.

Possesso o senso di appartenenza? La differenza è nella forza del perdono

Nella prima parte del film appare chiaro come il clan famigliare demarca nettamente l’appartenenza al clan stesso con i tratti del possesso che rende avvilente la dipendenza e l’asservimento assoluto richiesto a Miguel. In più modi gli chiedono di giurare di non avvicinarsi mai più al mondo della musica, e con altrettanta rabbia lui scappa via dicendo che della famiglia non gliene importa più un fico secco. Ma una vera famiglia non è questo. Se è onesta con se stessa e di fronte alla realtà, può far evolvere lo stile di appartenenza in ciò che più genuinamente è.

L’appartenenza a una famiglia, soprattutto se cristiana, non ha limiti terreni.

Appartenere si compone di “ad”, “pars” e “tenere”, e significa far parte, sentirsi parte di qualcuno o di qualcosa. Si appartiene quando ci si sente amati per quello che si è, quando si è integrati pienamente con tutte le proprie risorse e anche con i propri limiti, quando il sentirsi uniti dà pienezza alla vita di tutti.

Nel film “Coco” si evidenzia bene come la necessità di stare uniti e la forza che nasce da questa unione, vale non solo per la famiglia terrena, ma ha ripercussioni da e verso quella ultra-terrena. E là dove vi è un perdono non dato questo crea una sofferenza indicibile che tocca anche chi, come Miguel, non ha nulla a che vedere con quella relazione di amore bloccata. Siamo tutti indissolubilmente legati. Non è superstizione o magia, ma qualcosa di tangibile: la benedizione è interrompere la catena del male che chiama altro male, ovvero, di chi ha subito male e ne fa a sua volta e via dicendo.

A questo punto appare davvero formidabile il binomio tra la necessità di una benedizione e quella di perdono, e di come sia il perdono che l’odio possono avere ricadute che superano i confini del tempo e delle generazioni… ma non vi diciamo altro perché possiate ancora gustarvi il film! Tuttavia, senza pericolo di spoiler, possiamo dirvi che quando si trascende l’umano per arrivare a considerare Dio stesso come Autore del Perdono ( e questo Maria SS. lo sapeva benissimo visto che lo cantava nel Magnificat riportato in Lc 1, 39-55 ), la potenza e l’ampiezza delle dinamiche che si innescano supera le nostre piccole storie per arrivare a smuovere il cosmo intero!

Una curiosità: i mariachi!

All’inizio del film è molto simpatica la scena in cui un mariachi incoraggia Miguel ad esibirsi offrendosi di essere il suo primo spettatore, ma la nonna lo dissuade minacciandolo con una sola (!) ciabatta.

Il sensazionale utilizzo di una ciabatta a scopo dissuasivo, impedisce a Miguel di esibirsi di fronte al suo primo vero e interessato spettatore, un mariachi.

Ci siamo chiesti: quale origine ha questo nome, che si scrive mariachi e si pronuncia mariàci?

Vi sono varie teorie, qualcuno ritiene che derivi dalla parola francese marriage (matrimonio) perché i mariachi si ritrovavano sovente ad animarli musicalmente; altri ancora fanno  riferimento a  un termine indigeno che indica l’albero di mogano, il cui legno viene utilizzato per le arcaiche chitarre e gli strumenti più caratteristici della tradizione messicana, tra cui anche il cajon. Tuttavia sono saltati fuori dei documenti parrocchiali che provano che il termine era in uso già prima dell’arrivo dei francesi in terra messicana, ma non esisteva prima dell’arrivo dei conquistatori europei, e che poi tra gli strumenti usati non vi erano solo dei legni… Se pensate oggi alla musica messicana la prima cosa che vi viene in mente sono infatti proprio le trombe.

La nostra preferenza va per la terza opzione e cioè che il nome dei mariachi discenda originariamente da una profonda venerazione della Vergine Maria, omaggiata anche dai ceti più umili con musiche e canti dal carattere molto coinvolgente. Non è insolito che quando un mariachi si esibisce vi siano spettatori che si sentano chiamati a partecipare attivamente alla esibizione.

Conclusione

Il tema della morte non è trattato con cupezza, ma anzi, serve a ricordare quant’è importante vivere veramente e pienamente la vita. Il senso del tutto è dato dall’amore che ci lega agli altri anche se sono andati in contro al Creatore prima di noi. Il passaggio che segna la maturazione psicologica dello spettatore (e quando andate a vederlo al cinema, non scordatevi di portarvi in sala una piccola scorta di fazzoletti), avviene attraverso Coco, che non è il secondo nome di Miguel, bensì quello della la sua bisnonna. Nella sua impotenza si scopre essere un personaggio chiave indispensabile per generare una svolta nelle sorti dell’intera famiglia grazie alla forza del ricordo.

L’amore anima il ricordo e rende possibile il contatto tra due mondi apparentemente lontani. Cristianamente sappiamo che sono più vicini che mai, grazie all’irrompere della Rivelazione di Dio che ci ha chiamati “figli” e a essere parte di Sè, in modo abbastanza palese almeno da Gesù ad oggi. Il ricordo delle persone amate protegge i nostri cari dall’oblio e ci fa sperare nel fatto che tutti ci ritroveremo prima o poi, quando la morte sarà davvero l’ultimo nemico da sconfiggere. È sempre l’amore che tiene in vita anche le persone vive perché altrimenti, senza, il vivere non avrebbe più senso.

Ed infine che l’amore che si sprigiona da una benedizione ha davvero il potere di rimetterti al mondo (oltre a colorare i fiori di un arancione così sfolgorante che è davvero una goduria per gli occhi!!!).

Per approfondimenti e info segnatevi questo  indirizzo: Paolo di Tarso , mail 1Cor 13, 1-13!

Paolo di Tarso: “Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto”

Commenti da facebook

Commenti

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

15 + 5 =

Author: martayensid

Cultura cattolica: sono stata atea, agnostica e frequentatrice della sede locale del partito comunista, pur di trovare una alternativa alla fumosa e pettinata idea di Dio propinata dai circoli “bene”. Poi Dio ha avuto pietà di me e a soli 23 anni mi si è mostrato come una scelta fichissima, coraggiosa e più sfrontata di tutte quelle fatte sino ad allora. I corsi di p. Giovanni Marini ofm per il Sog di Assisi hanno fatto il resto. Oggi ho un marito strepitoso Oltre ogni previsione ed un figlio che, con due genitori così fuori di testa, non può che essere votato alla santità. Cultura nerd: credo di aver letto quasi tutti gli albi di Ken Parker a 13 anni, e poi anche molti Dylan Dog, Martin Mystère, Julia etc.. Stravedo per Miyazaki, Hisaishi ce lo ascoltiamo anche in macchina e, tra una cosa e l’altra, la curiosità e la passione per l’informatica e il web sono diventati il braccio destro del più grande talento ereditato da Dio: la creatività.

Share This Post On
Share This