Ditegli che il dottor Cooper ritiene che, l’impiego migliore del suo tempo, sia quello di utilizzare le sue rare e preziose facoltà mentali per strappare la maschera della natura, e contemplare il volto di Dio.

— Sheldon Cooper

“Attack on Titans”: chiave di lettura per ogni guerra e genocidio – Pt.2

 

 

“Reiner…io sono come te…certo, c’erano persone che mi hanno fatto inca**are. Ma ci sono anche persone buone. Oltre il mare…dentro le mura…siamo tutti uguali.”

Nella prima parte, dopo una  breve rassegna della storia di AoT, siamo arrivati all’analisi dei personaggi, giungendo ad esaminare quelli di Eren e Reiner entrambi, in fondo, accomunati dalla stessa tragedia personale e collettiva.

“Io sono come te”

“E’ così, Reiner…? Hai sofferto, vero? Ora credo di capirlo…”

Dopo la disastrosa missione sull’isola, Reiner vive la sua vita a Marley distrutto, completamente spento: ha compreso che la storia dei “demoni di Paradis” non era altro che un inganno, un inganno inculcato a cui lui aveva voluto credere perché desiderava trovare una soluzione, la migliore e definitiva, a tutto quel dolore subìto per anni. Ma una volta tornato, i volti delle persone conosciute e le relazioni intessute con loro, si sono fatti sempre più vivi e dolorosi.
Arrivati a questo punto della storia (anche qui per questioni di brevità non entreremo nei dettagli), è Eren a sperimentare ciò che ha vissuto Reiner. Come il suo vecchio amico, andando in incognito nel continente, condivide la quotidianità con la gente comune. E quando i due si rincontrano, faccia a faccia, racconta di aver finalmente capito: lì non ci sono mostri, ma la stessa identica umanità, lo stesso identico dolore che c’è a Paradis.

“E’ vero…vedevo tutto dall’altra parte del mare come mio nemico. Poi sono vento qui. Ho dormito sotto il tetto dei miei nemici…ed ho mangiato il loro stesso cibo…”

 

Ed è qui che accade qualcosa di inaspettato. Se per Reiner il punto di arrivo della sua esperienza con i nemici è soffrire per aver compreso che non si può demonizzare né disumanizzare nessuno, in quanto noi e l’altro siamo uguali,  in Eren invece ciò che accade è il movimento opposto. Infatti, nonostante abbia capito anche lui di essere uguale a loro, seguirà la via che spinse Reiner e la sua squadra ad attaccare Paradis ovvero: sacrificare chiunque, anche bambini innocenti, pur di raggiungere il proprio obiettivo di pace.

La differenza peggiore tra i due però, è che Eren è totalmente cosciente di quello che sta facendo. Non vive una schizofrenia come quella dovuta al lavaggio del cervello che Marley ha operato per anni sui suoi abitanti; non sta demonizzando le sue vittime. Eren opta lucidamente per la via della disumanizzazione: la sua idea di soluzione viene prima delle persone, la cui morte ne è effetto collaterale ma necessario. Come confessa a Reiner, è vero che lui ora è diventato il cattivo e accetta volutamente di esserlo. Hajime Isayama, l’autore di questo incredibile manga, con tale scelta vuole forse mostrare come siamo tutti parte della stessa, fragile umanità: ognuno di noi può diventare capace di disumanizzare l’altro nel momento in cui pensa che un bene superiore sia più importante o più conveniente. D’altro canto, Eren non è un semplice anti-eroe: è come se fosse un anti-messia.

Capendo infatti che il loop di vittima-carnefice è uno schema che non può che ripetersi  all’infinito, desidera essere l’ultima persona ad applicarlo e subirlo, prendendo la decisione più dura ma forse, ragionandoci, più logica a livello umano (o meglio dire, la decisione più logica “solo” a livello umano): si fa carico lui stesso di tutte le conseguenze, sacrificandosi ed usando per l’ultima volta il potere distruttivo dei giganti (annientandolo una volta per tutte) per fare piazza pulita di quasi tutta l’umanità, salvare i suoi amici e raggiungere quella che secondo lui è l’unica soluzione possibile per ottenere la pace: ripartire completamente da zero.

Umano, troppo (e quindi poco) umano

Uno dei bambini che Eren, per via di una visione, aveva visto morire per causa sua.

Ho scritto sopra che prende la decisione più logica ma “solo” a livello umano. Questo perché ha intuito una verità molto semplice: umanamente non si può far altro che ripetere lo schema della vittima e del carnefice. È, potremmo dire, totalmente e tristemente naturale. Se uno sperimenta una minaccia e un trauma così grandi, sia nella psiche che nel corpo, tutto il suo essere (a meno che non lo “rimuova”, e comunque non senza conseguenze) da lì in poi farà qualsiasi cosa per difendersi, per opporsi a quant0 subìto, per ottenere giustizia, arrivando anche alla vendetta. Senza contare che se c’è un male che più di altri alimenta la rabbia e l’odio, è senz’altro quello dell’innocente, di chi si ritrova in mezzo a qualcosa senza nemmeno sapere il perché e né averlo scelto.

Ma il male genera sempre altro male. Nessuno può pensare che un bambino che si è visto per esempio uccidere i genitori davanti abbia il dovere morale di perdonare gli assassini. Nessuno pensa che la donna che è stata violentata sia chiamata ad avere misericordia per lo stupratore. Nessuno istintivamente può pensare che la vittima debba perdonare il carnefice. Ma in questo sta il veleno del male. Non si riduce alla ferita fisica e psicologica, va molto, molto più in profondità.

Un veleno che si diffonde

E’ un circolo vizioso destinato potenzialmente a durare per sempre: il carnefice disumanizzando la vittima, si comporta in maniera disumana, e questo lo porta automaticamente a disumanizzare se stesso. Chi non riconosce nell’altro un essere umano come lui, diventa di conseguenza un mostro, e quando la vittima subisce il male fisico e psicologico, a livello spirituale sta assorbendo proprio questa visione tragica: chi mi fa questo non è, e non può essere, umano.

Fonte: https://www.trtworld.com/

Il veleno della disumanizzazione entra quindi in circolo. Il carnefice ha perso la sua dignità umana non solo compiendo il male in quel momento, ma anche di fronte  agli occhi degli altri che vedono in lui e nella sua azione, incarnarsi il male. E ripeto, umanamente tutto ciò non si può evitare, che se si fosse potuto evitare, non ne staremmo parlando. Ma cosa, dunque, può salvare da un simile girone infernale? AoT ci mostra chiaramente il primo passo da fare: conoscere l’altro e riconoscerlo simile a noi.

Questo è già uno sforzo immane e per niente scontato. Una tale apertura è già segno di un qualcosa di profondo che inizia ad intaccare il veleno, qualcosa di “buono” ma che non può bastare perché, come abbiamo visto in Eren, pur se ha capito l’uguaglianza tra le persone non rinuncia ad andare avanti coi suoi piani, in quanto l’idea di porre fine a tutto ha un valore più grande, essendo il suo intento -paradossalmente- proprio il bene dell’umanità. Ci vuole infatti un salto ulteriore per spezzare il giogo di questo veleno. Un salto che richiede un “di più”, che vada “oltre” le nostre soluzioni e ferite.

Fonte: https://www.trtworld.com/

“Oltre” l’umano e, quindi, pienamente umano

Umanamente possiamo trovare delle ragioni psicologiche per dire che è meglio lasciar cadere l’odio, imparare a guardare l’altro dal suo punto di vista e capirlo per poter spezzare la catena di rancore e vendetta. Ma già arrivare a questo è tanto e difficile, soprattutto laddove si ha di fronte chi ha deliberatamente scelto il male, cosa che lo fa apparire come se in lui non ci fosse più nulla di umano, di buono a cui aggrapparsi per sentirlo simile a noi. Ma anche riuscendoci, rimane difficile fermare il male che ci si porta dentro. Senza girarci troppo intorno: può rimanere forte il desiderio che l’altra persona la paghi soffrendo amaramente o, nei casi peggiori, con la propria vita.

Per vincere questo dolore, bisogna desiderare qualcosa che sia più forte del male ricevuto, più bello. Perché desiderare che giustizia sia fatta è bello sì, e necessario, ma non è detto guarisca; c’è chi spera di dare pace al proprio dolore appellandosi alla legge del taglione, chi tramite la vendetta. Ma, sotto sotto, la moneta che si fa girare è sempre la stessa, e porta sopra una sola scritta: “inferno”. Che sia il mio od il tuo, che lo usi tu contro di me od io contro di te, continuerà a circolare. Non è così che si spezza il giogo del male. Una cosa sola può spezzarlo, ed è andare contro la sua stessa logica:  imparare ad amare il nemico, come noi stessi (sì, suona familiare). L’amore non è una forzatura ed anche se ci viene richiesta apertura  in quella direzione, non è qualcosa che si fabbrica. “Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi” (Gv 15,12). Il comandamento lasciato da Cristo non è un comandamento che indica una morale, ma una Via: umana ma anche “sovrumana”.

Come ha amato Cristo? Era Dio, ma da uomo ha manifestato l’amore pienamente umano. Gesù è rimasto nell’amore del Padre, ci è rimasto fino alla fine, mettendo da parte (anzi, prendendosi) il male ricevuto, perché se è vero che era senza peccato, è vero anche che ha subìto su di sé tutto il male del mondo. E lo ha fatto senza distorcere lo sguardo su chi lo compiva su di lui. Quelli che aveva davanti non erano “mostri”, seppur si comportavano come tali; erano a immagine del Figlio (sua) e, quindi, di tutta la Trinità: “persone” eternamente ed infinitamente amate. Padre perdonaliperché hanno la nostra immagine, perché anche se hanno perso la “somiglianza” ci somigliano, sono nati per essere come noi e li amiamo dall’eternità. “Padre perdonali” perché li amo, e quando vedo loro, vedo me che Tu ami infinitamente, e vedo Te che mi ami.
Diceva il filosofo francese ed ebreo Levinàs: “Il volto porta con sé un comandamento: “tu non mi ucciderai”.

A sinistra il volto di una vittima palestinese

Guardando l’altro attraverso Gesù, il suo volto non dice solo “tu non mi ucciderai” ma “ io sono come te, tu mi amerai perché io sono fatto per essere amato”. Non basta il “io sono come te” di Eren: serve il “sono qualcuno da amare”. Questo è il pezzo mancante in una visione come quella di AoT. Ed è inevitabile che manchi. Il manga può vagliare una soluzione che forse non sarà l’unica possibile ma che in fin dei conti sotto una certa logica, sembra essere l’unica funzionante per un mondo in cui non c’è nessun Dio che ami gli uomini, solo l’uomo lasciato con se stesso, nessuna Provvidenza in cui sperare, nessun Gesù e nessuna croce a cui volgere lo sguardo e da cui esser guardati per andare “oltre” l’orrore ed il male. Manca un amore che sappia coprire tutto (1Cor 13,7), incondizionato per l’essere umano, buono o cattivo che sia.

Conclusione

Marc Chagall, “Crocifissione bianca”, 1938

Non ci sono soluzioni moralistiche al male e alle guerre che vediamo di fronte a noi in questi tempi. E nemmeno soluzioni cristiane a buon mercato. Ciò che è certo è che serve però una presa di posizione per dare inizio ad un cambiamento sia per i cristiani che i non cristiani, ovvero bisogna avere il coraggio di cercare una giustizia che sappia guardare alle persone, soprattutto alle peggiori, senza porre loro addosso lo stigma del “mostro”, del “demonio” anche se sì, indubbiamente fanno i mostri ed i demoni (perché nessuno può togliere la libertà personale). A livello cristiano, se lo siamo veramente, siamo chiamati a pregare per loro. Cristo si è fatto massacrare per i nostri peccati, e probabilmente i colpi più cruenti che ha sofferto erano per portarsi addosso il peggio che un essere umano possa arrivare a fare. Guardando queste persone è a lui che dobbiamo pensare, a quello che ha subìto per noi ma ancor di più per loro. È morto per tutti, vittime e carnefici, nessuna eccezione: è stato sofferente nel corpo devastato e umiliato di ogni ebreo durante l’olocausto. Di ogni perseguitato dal nazismo. Di ogni palestinese e vittima qualsiasi che sia mai esistita ed esisterà sulla faccia della terra; è stato sofferente per i soldati romani che lo torturavano, per i colonizzatori che hanno massacrato altri popoli -a volte anche in nome del cristianesimo-, per i nazisti, i terroristi,  per ogni soldato israeliano che si è macchiato corpo e anima col sangue di civili indifesi, come per ogni persona che compie il male. Noi non siamo in grado di amare così. Ma amando lui, per amor suo, possiamo provarci. E questo significa non solo riconoscere l’altro come noi, ma avere il coraggio di guardarlo con gli occhi di Dio, ovvero: come fosse Cristo. È quello a cui siamo chiamati. Capiamo allora che le parole riportate da Lewis, dette dal pastore che descrive Hitler “Così, come Cristo”, non sono nulla di sconvolgente, anzi. C’è forse un altro modo per noi cristiani di guardare gli altri?
No.

È l’unica Via.

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Author: Tsukimi Robin

Cultura cattolica: Ho sempre creduto in una realtà trascendente, ma il salto l'ho fatto quando a 16anni mi sono convertita realmente. Da un credere che era solo nel sovrannaturale, mi ritrovai a riconoscere Qualcuno che mi amava infinitamente, passai così dall'intuizione che c'era qualcosa oltre l'orizzonte materiale, ad Incontrare, a fare esperienza di questo Dio che non è una nozione, ma una Persona che ama, ed è Amore. Amo profondamene C.S.Lewis ♥ (seppur fosse anglicano)  Cultura nerd: Probabilmente fui prima nerd che cattolica! L'incontro con la nerdosità avvenne ad 8anni, quando mi comprai il primo fumetto di Sailor Moon (ma già adoravo Indiana Jones e Guerre Stellari). Da lì nacque il mio amore per i manga ed il Giappone, per i cosplay, e per i vestitini fashion delle giapponesi (ok questo è più da squinzia che da nerd XD). I miei fumetti preferiti sono -non in ordine- : Ayashi no Ceres, Slam Dunk, Neon Genesis Evangelion, Dragon Ball, Death Note, Marmalade Boy, Sailor Moon, Ray Earth, Card Captor Sakura, Mademoiselle Anne, Ransie la strega...ok forse di preferiti ce ne sono troppi..coff coff XD Un'ultima cosa: I ♥ ♥ the Doctor *__*

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