Il potere è come il vino, un bicchiere tira l’altro e pochi uomini lo reggono.

— McFarlene

K-Pop: Demon Hunters. Una lettura cristiana

“Chi prega cantando, prega due volte”

Se anche tu, come me, ami il cinema e l’animazione orientale – il mio immaginario è stato plasmato dai cartoni giapponesi degli anni ’80 – c’è un film che non puoi assolutamente perderti. Spero che tu sia genitore ed abbia dei figli piccoli, almeno avrai la scusa per poterti tuffare nella visione plurima e ripetuta di K-Pop Demon Hunters!

Il successo inaspettato

Produzione originale Netflix, uscito durante l’estate 2025 come un fulmine a ciel sereno, K-Pop è stato un vero e proprio fenomeno di costume che ha spopolato in tutto il mondo divenendo in poche settimane il film più visto di sempre sulla piattaforma di streaming. I suoi brani musicali hanno scalato le vette delle classifiche di ascolto su Spotify e social vari, il singolo  “Golden” ha raggiunto la prima posizione nella Billboard Hot 100, diventando la prima canzone di un gruppo K-pop femminile – reale o fittizio – a ottenere questo risultato storico, e il film è ora candidato ai Grammy Awards del 2026. 

Una ricetta perfetta

I pregi di questo lungometraggio animato diretto da Chris Appelhans e Maggie Kang sono legati sicuramente alla cura realizzativa delle animazioni, che richiamano lo stile dello Spiderman Sony con Miles Morales, e soprattutto della colonna sonora, con canzoni che ti si fissano nel cervello e non ti abbandonano più, grazie a melodie ultra-orecchiabili e delle qualità vocali assolutamente sbalorditive. Ma ciò che lo rende un cult per noi cattolici è senza dubbio la fitta rete di snodi narrativi assolutamente e profondamente cristiani che lo pervade.

Il cristianesimo occupa una posizione rilevante nella società e nella cultura sudcoreana, quindi non credo sia un caso se all’interno di questo lungometraggio siano finiti questi topoi narrativi, questi pattern profondamente cristiani. Fatto sta che il film ha parlato al mio cuore mentre lo vedevo, ed è cosa buona e giusta condividere insieme a voi alcune riflessioni che possono dare spunti per far riflettere gli spettatori più giovani, trasformando la visione di un prodotto per l’intrattenimento in un’occasione di crescita anche spirituale.

La trama in breve (Spoiler alert!)

Partiamo però col descrivere la trama di questa epopea. La lore (ovvero l’insieme della storia, delle regole e degli eventi che costruiscono il mondo del film) ruota attorno alla presenza di demoni del sottosuolo che cercano di emergere per mangiare le anime degli umani. La loro azione è però costantemente contrastata da un gruppo di tre eroine, che di epoca in epoca si succedono nella lotta contro i demoni. Tre è un numero fortemente simbolico: è il numero della Trinità, il numero della Trimurti induista, il numero che in ogni cultura simboleggia il Divino.

Queste eroine di generazione in generazione si danno il cambio e difendono la terra attraverso la loro capacità guerriera, l’uso di armi da taglio, ma soprattutto attraverso il canto. Le loro voci hanno il potere di elevare lo spirito buono delle persone, di far risuonare le anime umane, in modo da generare un campo di forza che tiene i demoni imprigionati nel sottosuolo, nell’inferno da cui vorrebbero emergere.

Un canto per domarli

Un detto cristiano afferma che “chi prega cantando, prega due volte”. In effetti, ciò che ci distingue dagli animali è proprio la nostra capacità artistica, che si esprime in particolare attraverso il canto. La bellezza delle voci delle tre protagoniste, le Huntrix, un terzetto di popstar coreane famosissime, amatissime dal pubblico, tiene a bada i demoni. La potenza della loro voce evoca l’anima buona della gente, producendo filamenti di colore azzurro che, a mo’ di invisibili sbarre, trattengono il maligno.

I demoni sono in recessione, non riescono più a nutrirsi di anime, finché un giorno un ragazzo-demone particolarmente scaltro e bello non propone al capo dei demoni (il Lucifero coreano potremmo dire) un’idea risolutiva per ribaltare l’esito della guerra: salire sulla terra assieme a quattro compagni e formare una pop band di ragazzi bellissimi, che vada a conquistare le anime dei fan strappandole al bene per potersene nutrire, distruggendo il campo di forza e spalancando le porte dell’inferno.

La strategia del maligno

Nascono così i Saja Boys, ragazzi-leone, che ottengono un successo strepitoso. Questo mi ha fatto riflettere sulla strategia del demonio, che non si mostra per ciò che è, con tutta la bruttezza del peccato. Se tu vedessi come ti imbruttisce il peccato, come ti trasforma, ovvero a immagine dei demoni del sottosuolo proposti in questo film, beh, scapperesti a gambe levate. I demoni sono deformi, raccapriccianti, marchiati da striature simili ai graffi del Capo-Demonio, che attraverso quei marchi li controlla, vincolandoli eternamente a sé.

Questa è la strategia di Lucifero, l’angelo di luce, l’angelo bellissimo: offrire una caramellina colorata, ben confezionata, ma avvelenata; i cinque ragazzi-demone sono affascinanti, i loro lineamenti rappresentano i canoni della seduzione maschile: c’è il prototipo del figo, del muscoloso, del bel tenebroso, dell’infantile; inoltre, se il canto delle tre guerriere Huntrix libera la parte più nobile dell’essere umano, quella che si eleva verso il cielo, verso l’alto, e dunque non schiavizza e non imprigiona, il canto dei Saja Boys rende schiavi.

Gli idoli sacrificano te

In “My little soda pop” i cinque demoni cantano esplicitamente la loro pretesa di berti come fossi una bevanda rinfrescante, il loro nutrimento, e in “Your Idol”, intonata sul palco di quello che appare come un vero e proprio sabba satanico alla fine del film, si presentano come sostituti di dio, ovvero degli idoli, che facendo leva sui sensi di colpa di cui tutti soffrono, e sui lati oscuri non risanati che tutti nascondo, ottengono devozione e resa completa. Il messaggio passa in modo veramente magistrale, ma con toni sempre adatti al pubblico dei giovanissimi, che vengono indotti a riflettere sul mondo degli “idol” prodotti in serie dalle case discografiche, boy band i cui membri sono in primis vittime di un business spietato, che si nutre di loro e poi li getta via quando sarà il momento di rimpiazzarli con le nuove leve. Veramente notevole.

Solo la verità rende liberi

I Saja Boys, con le loro strategie, schiavizzano le anime degli umani, e in questo modo lacerano la barriera, battendo a più riprese le Huntrix, anche perché all’interno del terzetto delle protagoniste c’è un problema di fondo: Rumi, la lead vocalist del terzetto, nasconde con vergogna un segreto. Questo ci porta al secondo sottotesto cristiano presente nel film: solo la Verità rende liberi. Dio parla, e parlando crea la realtà.

La realtà viene dal Logos, che è Verbo, Parola, Pensiero, Razionalità, ovvero Cristo, il Verbo di Dio incarnato, un Verbo che afferma di essere la Verità (Gv 14,6). Tra Verità e Parola c’è una strettissima relazione, e Rumi, la protagonista delle Huntrix, non riesce a comunicare la verità su di sé alle altre: lei è figlia di una donna e di un demone, un ibrido che non avrebbe dovuto esistere. Sul suo corpo sono presenti le striature, ovvero il marchio della bestia, il simbolo del peccato che in qualche modo attanaglia la sua anima. Lei ha una “ferita ontologica”, potremmo dire, che si può paragonare al peccato originale, e se ne vergogna.

Il maestro della menzogna

Ovviamente il demonio trae profitto da questa situazione: ti fa vedere la tua bruttezza, il tuo peccato, e te ne fa vergognare in modo che tu ti nasconda, che tu non chieda aiuto, che tu fallisca sotto il peso della mancata accettazione della tua realtà. La protagonista è divisa, non è centrata, non è integrata, perché la sua natura è umano-demoniaca; in questo modo la sua voce non riesce più a respingere gli attacchi del maligno, e la barriera si assottiglia. Potremmo dire con una analogia che la sua preghiera risulta inefficace perché falsa, “di facciata”.

“Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”
(Gv 8,32)

La barriera delle Huntrix non può reggere gli attacchi dei demoni perché il terzetto è diviso da una verità apparentemente inconfessabile, e mentre i marchi demoniaci si estendono sempre più sulla pelle di Rumi, divenendo difficili da celare alle amiche, il loro mondo va a rotoli finché Rumi e Jinu, il leader della boy band demoniaca, non entrano in risonanza grazie alla scoperta di ciò che li unisce.

Questo ragazzo-demone porta dentro di sé dei sensi di colpa inenarrabili (che non spoilero) e che lo avvicinano molto alla nostra protagonista. Il film intreccia il loro vissuto in un modo sublime, attraverso un amore platonico che i coreani sono molto bravi a tratteggiare in modo mai volgare, sempre molto delicato; in questo incontro tra maschile e femminile, l’anelito alla liberazione dal male dei due protagonisti, Rumi e Jinu, innescherà un cammino di redenzione per entrambi.

Una storia d’amore che rompe i tabù

L’arco romance di K-Pop infrange uno dei taboo sottintesi nella maggior parte delle produzioni occidentali odierne, in cui la donna non ha alcun bisogno di un principe azzurro che la salvi perché capacissima di salvarsi da sola, in un femminismo gridato che finisce per essere un “machismo alla rovescia”, dove le eroine sono dei maschi mancati, e vincono su tutti per il semplice fatto di essere donne. In questo lungometraggio c’è un perfetto bilanciamento del maschile e del femminile, in puro spirito orientale, lo spirito taoista della complementarietà degli opposti. Ma questa è anche la cifra profonda dell’antropologia cristiana:

“Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò”
(Gen 1,27)

Conclusione

“l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne.”
(Gen 2,24)

In un’epoca di gender fluidi e confusione identitaria attivamente promossa con ogni mezzo, questo film ha l’ardire di presentare con semplicità e autenticità il piano di Dio sull’uomo, che solo nell’incontro del maschile con il femminile manifesta quella “immagine e somiglianza” con Dio di cui parla la Genesi. E si spinge oltre, presentando in Jinu una figura cristologica fortissima, capace di sacrificarsi in modo disinteressato per amore della sua bella, riscattando in questo modo la sua anima, ed anche un cinema di animazione che non sforna più quei classici capaci di toccare le corde dell’anima, facendoti desiderare di riguardarli più e più volte con tutta la famiglia.

K-Pop: Demon Hunters ci riesce, e lo fa con un riuscitissimo mix di tradizione e innovazione, localizzazione culturale e universalismo valoriale, che lo rendono degno di entrare negli annali del cattonerdismo DOC.

La video recensione

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Commenti

2 Comments

  1. Dott. Franchi,

    Una disamina notevole. Lei ha un occhio clinico per i dettagli. Ha individuato con precisione chirurgica tutti gli elementi interessanti del film: la seduzione estetica dei Saja Boys, l’idolatria come strumento di controllo, la magnifica paralisi della vergogna di Rumi. Un impianto narrativo moderno, pieno di potenziale.

    E poi, purtroppo, crolla tutto.

    Proprio quando il dramma si fa adulto, maturo, ecco che gli sceneggiatori, in preda a un evidente panico da “lieto fine”, ricorrono al trucco più vecchio del manuale: il deus ex machina. “La Verità”, “Il Sacrificio”, la ricomposizione dell’unione.

    Che delusione. Che spreco di un’ottima premessa.

    Voi lo celebrate come un “profondo sottotesto cristiano”. Io lo vedo per quello che è: un fallimento di coraggio narrativo. Avete trasformato quello che poteva essere un capolavoro di realismo psicologico in un… musical per il catechismo.

    Peccato. I Saja Boys meritavano un finale più intelligente.

    Cordialmente, Zio Berlicche

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  2. Sarà… Ma io alla prima visione ho pianto davanti al gesto di Jinu, dopo un crescendo maestoso di musica e tensione. per me il film ha centrato tutti gli obiettivi che un’opera di intrattenimento dovrebbe prefissarsi, ed anche qualcosina in più direi. E il successo planetario che ha riscosso presso tutti i tipi di persone e di palati, parla da sé

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Author: Alessandro Franchi

Alessandro Franchi, classe 1977, oggi giornalista e prof. di religione al liceo, è un NERD d’annata, nutrito a pane e cartoon giapponesi, console Sega e Nintendo a 8 e 16 bit, film cult di registi al limite, arti marziali e filosofie orientali. La sua turbolenta adolescenza da folle samurai ateo lo ha lasciato con un pugno di mosche in mano e un vuoto esistenziale abissale, fino al giorno in cui un grido lanciato verso il Cielo, a 22 anni, lo condusse all’incontro con il Signore Gesù Cristo Risorto e Vivente, realmente presente nell’Eucaristia. Oggi rappresenta un esemplare tipico della variegata fauna dei Catto-Nerd, ovvero quell’esercito di appassionati dei prodotti cult dell’intrattenimento culturale, che per grazia ricevuta sono scampati all’idolatria endemica tipica del nerdismo, e leggono tutto alla luce del Vangelo, divertendosi in modo sano e costruttivo a snidare quei “semi del Verbo” che Dio suscita in ogni opera frutto di una autentica ricerca del Vero.

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